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Dissertazioni sull’origine e diffusione dei Tarocchi
di Claudio Dionisi
Il mazzo dei Tarocchi
Quello relativo ai tarocchi ed alle carte da gioco in generale, rappresenta uno degli elementi tra i più affascinanti e per taluni aspetti più enigmatici, caratteristico della nostra storia, del folclore ludico nelle nostre tradizioni. Sono molteplici, policrome ed interconnesse le ipotesi su come i tarocchi siano nati, si siano diffusi ed infine siano approdati in Europa.
Così come noi oggi lo conosciamo, il Mazzo dei Tarocchi risulta essere l’insieme di due diversi mazzi, due diverse sequenze: gli Arcani Minori o carte dei semi e gli Arcani Maggiori o Trionfi. Prima di stabilizzarsi nel numero di 78 (22 Arcani Maggiori e 56 Arcani Minori), esistevano mazzi con un numero variabile di carte.
Gli Arcani minori o carte dei semi sono costituiti da quattro semi di 14 carte per un totale di 56; ogni seme è formato da dieci carte che vanno dall’Asso al 10 e da quattro carte figurate con Re, Regina, Cavallo e Fante. I semi possono essere tanto i tradizionali semi italiani (coppe, spade, bastoni e denari), quanto i semi francesi (cuori, picche, fiori, quadri), oppure semi tedeschi (foglie, ghiande, campanelli e cuori). Questa costituisce anche la parte del mazzo che presenta le maggiori variazioni a seconda delle varie versioni. Una delle opinioni che più frequentemente si riscontrano concerne il numero delle carte, che inizialmente avrebbero potuto essere 36 o 40 e solo numerali, da 1 a 9 o 10, alle quali se ne aggiunsero successivamente altre sedici figurate, con Re, Regina, Cavaliere e Fante, dette “Carte di Corte” o “Onori”. Data l’avversione del mondo arabo per la rappresentazione umana, argomento sul quale torneremo, non è assurdo pensare che questa serie di carte sia stata introdotta espressamente in Europa, forse specificatamente nella stessa Spagna “araba”, al medesimo modo degli scacchi.
Gli Arcani Maggiori o Trionfi sono invece un insieme composto, in cui si accostano immagini di origine biblica, di virtù predicate dalla Chiesa, di astri associati a segni dello zodiaco e delle due grandi potenze dell’epoca come il Papa e l’Imperatore. Ai fini della ricerca storica risulta evidente, data la premessa, il bisogno di una differenziazione: i due mazzi, presi singolarmente hanno origini diverse per tempi, luoghi e derivazioni. Se il gioco di carte a quattro semi può trovare lontani antenati nei giochi orientali, le 22 carte da Tarocco si mostrano di concezione tipicamente rinascimentale. Il termine stesso di trionfi li ricollega alle giostre e alle simbologie italiane ed europee. Questo breve prologo introduttivo ci è necessario per formulare la prima tra le tante domande che ci porremo: quando parliamo di invenzione dei Tarocchi a cosa ci riferiamo esattamente?
Sir Michael Dummett, uno dei massimi esperti di logica e di tarocchi, celebre filosofo della matematica a Oxford, risponde alla domanda in questo modo: l’invenzione dei tarocchi consiste specificatamente nell’addizione di 26 carte: quattro regine (una in ciascuno dei quattro semi), 21 trionfi e la “matta” ad un mazzo di 52 (10 carte numerali più Fante, Cavaliere e Re per ogni seme).
Ma è veramente così?
E se i trionfi fossero stati già utilizzati da soli prima di legarsi alle carte dei semi?
Se esistesse uno scopo o un gioco di qualche tipo che usava i soli 22 Arcani Maggiori?
Tutto ciò è ancora oggetto di attenta discussione tra gli esperti, perché comporterebbe un’interessante implicazione: la nascita delle carte da gioco occidentali potrebbe subire un arretramento nel tempo rispetto a quella che si considera la data ufficiosa, ossia la metà del XIVSebbene fino ad oggi nessun documento letterario sembra dare sufficiente credito a questa teoria, permane la singolarità della doppia origine, avvolta in una nebbia che non ha nessuna intenzione di dissiparsi. All’interno di questa foschia, attingendo ai molti lavori attenti e scrupolosi pubblicati da autori e ricercatori, in maniera quasi scientifica, si manifestano, soprattutto nel mondo di internet, fantasmi di teorie, ombre fascinose alla deriva che, a prima vista, restituiscono una sensazione di concretezza, mentre ad una più attenta analisi, si smaterializzano, tornando a confondersi nel grigiore dell’anonimato. Sono in gran parte le figlie della funzione “copia-incolla”.
Ad ogni buon conto… procediamo con ordine ed andiamo sinteticamente ad osservare una panoramica delle varie ipotesi sulle origini sviluppate fino ad oggi, suddividendole in due diversi periodi:
- Periodo delle origini
- Periodo della diffusione
Periodo delle origini
Ipotesi cinese
E’ condivisibile la supposizione di alcuni secondo i quali le carte da gioco nacquero in Cina attorno al X-XII
E’ probabile che si trattasse di carte da domino abbastanza simili a quelle ancora oggi usate in Estremo Oriente, e appena diverse dalle comuni tessere da domino presenti in moltissimi altri paesi; dobbiamo tuttavia riflettere su un altro dato significativo: in Cina, tra il VII ed il X sec. d.C. era già in uso la carta moneta. Le banconote, ornate con effigi degli Imperatori o con simboli come il Sole, venivano impiegate non solo come denaro, ma anche come “carte” per il gioco. Il primo riferimento storico al “gioco delle carte” è contenuto in una in una enciclopedia cinese del XIII sec. a.C., anche se abbiamo cognizione che il fenomeno è ben più antico in quanto già intorno al 2800 a.C. l’imperatore Fo Hi applicava i cosiddetti trigrammi. Tali elementi furono a più riprese perfezionati in una sorta di sintesi che associava Taoismo e Confucianesimo, fino ad arrivare alla formalizzazione del “Libro dei Mutamenti” o “I Ching”. Tale elaborazione ebbe luogo intorno al 1150 a.C. sotto l’ultimo Imperatore della dinastia Chang, Shang Chou Hsin, ad opera del signore feudale Weng che, in carcere per motivi politici, recuperò i trigrammi dell’imperatore Fo Hi, riunendoli in esagrammi e gettando così le basi dell’I Ching propriamente detto. Seguendone le sorti, attraverso vari secoli, imperatori e situazioni politico-culturali, arriviamo in un periodo compreso tra il III sec. a.C. ed il III sec. d.C.. Dopo aver fatto perdere le sue tracce, lo studioso Wan Pi lo riscopre, lo rivaluta e lo diffonde; ma a partire da questo momento la storia dell’I Ching perde parte del suo carattere esoterico-filosofico per confondersi con il “gioco”. Ed è qui, tra il VII ed il X sec. d.C., durante la dinastia Tang che la moneta viene usata come carta da gioco ed il fenomeno nel corso del tempo diverrà così preoccupante che interverranno gli editti imperiali del 1120 per disciplinare l’uso delle carte, sia da gioco, che da divinazione. In quel periodo risultano esistere in Cina almeno due distinti mazzi di carte: le “Kwan P’ai” nel nord e le “Lut Chi” nel sud.
Ipotesi egizia
Uno dei primi a formulare un’ipotesi che avesse una parvenza di scientificità fu Court de Gebelìn. Nel volume “Le Monde primitif” del l781, egli fornì una curiosa argomentazione a favore dell’origine egizia dei tarocchi: gli Arcani Maggiori erano i resti di un antico libro egizio, il Libro di Thoth, che si sarebbe salvato dall’incendio che distrusse i templi. Thoth era il dio lunare del pantheon egizio, raffigurato con la testa di un ibis, ed era considerato il sostituto notturno del Sole, era, tra l’altro, il giudice delle anime dei defunti, l’inventore dei geroglifici ed autore di testi magici e sapienzali. Le poche fonti di cui disponiamo ci dicono soltanto che, in un’epoca imprecisata ma tra 40.000 e 9.000 anni fa, Thoth avrebbe inventato la scrittura allo scopo di redigere “Il libro”: un “testo assoluto” che avrebbe descritto minuziosamente il rituale da compiere per giungere ad una completa trasformazione dell’uomo da comune mortale ad ipotetica “Divinità”. Le leggende legate al libro sono molte, così come molte sono le congetture legate alla sua scomparsa; non sappiamo se il testo sia veramente scampato all’incendio dei templi ma sappiamo che di esso non esistono assolutamente tracce. Tuttavia, secondo Gebelìn, i tarocchi, avrebbero rappresentato un’allegoria della religione egizia sotto forma di segni geroglifici. Questo libro, evidentemente non ancora perduto, sarebbe stato introdotto in Europa dagli zingari, che, altro non erano se non una tribù di antichi Egizi.
Egli riteneva così di aver risolto il mistero delle origini, mediante un’ipotesi suggestiva ed esotericamente allettante che, nel contempo, donava alle carte una dignità ed un passato illustre. Non fu mai in grado di fornire prove del suo convincimento, ma pose l’attenzione su diversi elementi che riteneva determinanti. Uno di questi, ad esempio, derivava dall’osservazione di un aspetto contestuale, rilevando come l’uso dei quattro semi portasse con se una corrispondenza negli ordinamenti politici della società egiziana individuabili ed associabili a quattro distinte classi con i quattro semi: il sovrano e la casta militare con le spade, quella che oggi definiremmo la borghesia agricola con i bastoni, la casta sacerdotale con le coppe e la classe dei commercianti con i denari. Tutti una schiera di autori successivi, anche se non pienamente concordi, si servirono delle sue indicazioni per costruire le loro ipotesi. Il suo tentativo, suggestivo quanto discutibile poiché ribadiamo, in alcun modo convalidato da prove storiche, condizionò talmente la capacità critica dei posteri da essere trasformato in un dato storicamente accertato. Pochi notarono, ad esempio, che la prima formulazione della tesi “egiziana” risaliva al XVI secolo, ed era il frutto degli studi di Guillaume Postel (1510-1581). Matematico e filosofo orientalista francese, docente di lingue orientali a Parigi, nonché studioso di Tarocchi, nell’anno 1540, formulò per primo tale tesi, che si basava fondamentalmente su due presupposti: quello linguistico e quello magico-esoterico. Nel primo proponeva una derivazione dalla parola egiziana “Taro” e la derivazione del “gioco” dei Tarocchi da quello Egiziano del “Tari”, mentre nella seconda effettuava il primo vero tentativo di collegare le immagini degli Arcani Maggiori dei Tarocchi ai geroglifici del “Libro di Thoth”.
Ci sono alcune altre congetture, poco sostenibili ma certamente seducenti cherisalire la tradizione delle carte sempre in Egitto. Una per tutte che vogliamo menzionare, poiché in fondo non sono troppo dissimili, afferma che le carte altro non sarebbero che rappresentazione dell’ antico calendario egizio, esportato successivamente dagli ebrei dopo la famosa fuga. Il mazzo composto da 52 carte, equivalenti alle settimane dell’anno, ha un totale dei punti che ammonta a 364 e che, con l’aggiunta della “matta” o jolly fa 365, come i giorni dell’anno. Il calendario egizio era composto effettivamente da 365 giorni, suddivisi in 12 mesi di 30 giorni ciascuno, cui si aggiungevano 5 giorni epagomeni raggruppati alla fine dell'anno. Per quale motivo, allora, in alcuni mazzi di carte ci sarebbero 2 “matte”!?. Il mazzo, in questo caso, è quello anglofrancese ed è diviso in 4 semi come le stagioni. Ogni seme ha i numeri da 1 a 13 che rappresenterebbero i mesi lunari usati ancora oggi nel calendario ebraico, il più antico calendario tuttora in uso, discendente direttamente da quello babilonese ed adottato probabilmente al tempo della cattività. I 4 re raffigurerebbero i quattro elementi antichi: terra, aria, acqua, fuoco, rispettivamente bastoni, spade, coppe e denari. Tutte queste teorie, e su questo possiamo essere certamente d’accordo, concludono affermando che le carte, ovviamente, con il passare del tempo hanno subito molti cambiamenti non sempre coerenti con l’originario archetipo.
Ipotesi Indocinese
Se il gioco di carte a quattro semi può trovare antenati nei giochi orientali, le 22 carte da Tarocco dette i “Trionfi”, potrebbero sembrare accostabili agli avantars di Visnu. Avatar o Avatara, letteralmente colui che discende, è una parola sanscrita che deriva dal verbo discendere e sottintende quindi la “Discesa di un Principio Divino” nel mondo materiale, ovvero “Incarnazione Divina”. In altre parole indica uno dei rappresentanti di Dio “disceso” dal mondo spirituale nel mondo materiale per ristabilire i princìpi della religione. L’Avatar è considerato una manifestazione di Vishnu, la divinità conservatrice della Trimurti indiana (Brahma, Vishnu e Shiva).manifestazioni, la vita e gli insegnamenti degli Avatar indiani sono descritti nei Purana : raccolte di storie dei tempi antichi o Sacre Tradizioni, costituite da diciotto scritti vedici. Non si riscontrano tuttavia notizie o prove attendibili riguardanti la presenza di carte nell’area dell’Indocina e dell’India di quel periodo, finanche parrebbe che le civiltà del sud-est asiatico dedicassero o traessero fonte di ispirazione divinatoria dalle carte utilizzandole poi come gioco. Allo scopo di evitare malintesi, conviene sempre ricordare l’antico gioco indiano del V secolo, chiamato Chaturange o Gioco dei quattro re. Da questo gioco, composto da Re, Generale, Cavallo e Pedone, derivarono non i tarocchi come qualcuno ha ipotizzato bensì gli scacchi, che arrivarono in Europa, attraverso la Persia, come pedine di legno e non come carte. Si teorizza anche di una lontana provenienza tartara dei giochi di carte, anch’essa non provata. Annotiamo che proprio in India, ancor oggi, si adoperano mazzi di 120 carte, quante sono le incarnazione di Vishnu, con dieci semi diversi, in cui compaiono sia figure di animali che rappresentazioni di oggetti. I semi delle carte indiane sono pesci, tartarughe, cinghiali, leoni, brocche, accette, frecce, vacche, conchiglie e cavalli.
Non è difficile, a livello intuitivo, notare l’assonanza dei quattro semi che ritroveremo variamente diffusi nei mazzi europei.
Ipotesi Araba
La maggior parte degli esperti continua a considerare i 22 trionfi una creazione italiana, prodotta probabilmente nella corte di Milano o in quella di Ferrara verso il 1425, in virtù del fatto che, speculazioni a parte, non vi sono prove evidenti del contrario; mentre è fuor di dubbio, a loro dire, che le carte dei semi si originarono dai primitivi mazzi arabi importati in Europa nel medioevo e menzionati anche in una cronaca italiana del XVcome “carte saracene”. La suddetta origine implica come inevitabile conseguenza che l’utilizzo di vere e proprie illustrazioni per le figure come Re, Regina, Cavallo e Fante sia anch’esso un retaggio occidentale: l’Islam metteva al bando la raffigurazione delle immagini umane, considerando tale pratica immorale. Oltretutto, se vogliamo anche noi definire, come avveniva nel periodo medievale cristiano, i “Saraceni” come musulmani provenienti dal Nord-Africa o addirittura dall’ oriente islamico, dobbiamo non trascurare il fatto che il Corano proibisce i giochi d’azzardo: «Ti domanderanno ancora del vino e del “maisyr”; rispondi: C’è peccato grave e ci sono vantaggi per gli uomini in ambedue le cose: ma il peccato è più grande del vantaggio.» (Il Corano-II, 219). Le traduzioni del termine “maisyr” non sono univoche, anche se “gioco d’azzardo” ci sembra la più corretta. La chiesa cristiana proibiva i giochi con carte, dadi e quant’altro, affermandone così, implicitamente, l’esistenza. Il Corano non è stato scritto da Maometto, che non sapeva né leggere né scrivere. Il Corano è stato recitato da Maometto, a frammenti, in un periodo di più di 20 anni fino alla sua morte nell’anno 632 dell’era cristiana. Come lo conosciamo ancora oggi esso è il risultato di una decisione del terzo califfo Otman che regnò dal 644 al 656. Fin da quella data, possiamo desumere, i giochi d’azzardo per gli arabi erano proibiti: ma da quale data lo furono anche le carte?
Il più vecchio mazzo di carte in nostro possesso è quello che viene definito dei “Mamelucchi”: il “Mulûk wa-Nuwwâb” ed è conservato al museo di Topkapi, ad Istanbul. I Mamelucchi si presentarono inizialmente come una casta di soldati schiavi al servizio dei califfi Abbasidi che li comprarono dalle popolazioni non-musulmane dell’ Asia Centrale, dell’ Europa orientale e delle steppe eurasiatiche. Il ricorso a soldati non-musulmani serviva in primo luogo ad aggirare il divieto che impediva ai musulmani di combattere altri musulmani e che potessero essere soppressi senza eccessivo timore per le conseguenze legali. Furono successivamente impiegati anche nell’amministrazione oltre che nell’esercito da tutte le dinastie nate dopo la disintegrazione di fatto del potere califfale ed ebbero la possibilità di continuare a gestire l'Egitto e la Siria per conto dei nuovi signori ottomani.
Del “Mulûk wa-Nuwwâb” ci sono tre mazzi incompleti e comunque riconducibili a produzioni del XV secolo, quindi contemporanei dei più antichi tarocchi italiani. Composto da una serie di lamine intarsiate in oro, con 4 “semi”: Jawkân (bastoni da polo), Darâhim (denari), Suyûf (spade) e Tûmân (coppe), ogni seme comprendeva 14 pezzi, 10 numerali e 3 figure chiamate malik (Re), nâ’ib malik (Viceré o Deputato del Re) e thânî nâ’ib (Secondo o Sotto-Deputato), per un totale di 52 carte. Le figure mostravano disegni astratti senza ritrarre persone, ma riportavano il nome di ufficiali dell’esercito. Che un personaggio femminile come la regina fosse apparso su quelle carte non sarebbe stato neppure concepibile! La particolarità di tale mazzo risiede nel fatto che le sue carte si accoppiano a quelle di un frammento datato tra il XII e il XIII secolo, un mazzo precedente composto da 48 carte che aveva solo due figure per seme, evolutosi a sua volta dalle prime carte cinesi. Molti ricercatori si sentono di poter affermare con assoluta certezza che le carte da gioco, infatti, non furono inventate neanche dai Mamelucchi, né dai loro predecessori arabi, ma che giunsero da un’area più a oriente. Fra i vari punti a favore di questa affermazione vi è un documento cinese secondo il quale nel tardo XIIIle carte erano già diffuse nelle terre cinesi governate dai Mongoli, troppo lontano dall’Africa nord-orientale per invocarne un’origine araba. Dal nord-Africa poi il gioco si sarebbe diffuso in Spagna a Valencia prima, in Italia a Venezia dopo e poi in tutta Europa come risultato degli scambi commerciali e culturali che le popolazioni mediterranee intrattenevano con la civiltà araba. Non resta che domandarci se sia possibile, considerando le origini non musulmane dei Mamelucchi, che pur non avendoli inventati loro li abbiano tuttavia diffusi dall’Asia fin nelle coste del nord-Africa.
Ipotesi Zingaresca
Gli zingari sono storicamente noti anche come cartomanti ma l’ipotesi di un’origine zingaresca dei tarocchi, che a prima vista potrebbe riuscire accettabile, è ormai discutibile anche solo se si tiene conto dei documenti dell’inquisizione nei vari processi: pur essendo accusati di praticare l’arte della divinazione, non vengono mai nominate le carte. Essi comparvero nell’impero bizantino e nei balcani verso il X secolo, ma si addentrarono nell’Europa occidentale solo più tardi: dal 1398 in Boemia al 1427 a Barcellona, date in cui le carte da gioco erano già largamente diffuse.
Un’altra posizione tenta di sostenere che a partire dal X secolo circa, come conseguenza della dominazione islamica e dell’instaurazione di un sultanato, ebbe termine il periodo nobile del tantrismo in India. La casta regnante indiana si sarebbe data alla fuga riunendosi almeno in parte con un gruppo nomade, per l’appunto gli zingari, diffondendo l’antica conoscenza, confluita poi in un primo prototipo di carte che avrebbero condotto con loro fino in Europa. Abbiamo visto in precedenza come questa possibilità sia da scartare, tuttavia ci propone uno spunto di riflessione. Il solo particolare di rilievo di questa vicenda potrebbe essere costituito dall’ incognita, tutta comunque chiarire su chi abbia fatto conoscere le carte a chi: gli islamici agli indiani o viceversa?
Ipotesi Ebraico-Cabalistica
L’abate A. L. Constant (XIX sec.) alias Eliphas Lévi, riprendendo alcune tesi del pensiero di Gebelìn, ebbe a sostenere che i Tarocchi, in realtà, rappresentavano i “simboli della scienza sacra degli Ebrei”, conservati da saggi cabalisti dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme e trasmessi alla cultura medioevale. Gerard Encausse (1865-1917), più semplicemente conosciuto come Papus creò un Tarocco i cui personaggi si presentano in vesti egizie e, ricalcando la tesi di Levi arrivò a completare l’accostamento tra i 22 Arcani e le corrispondenti lettere ebraiche.
Sulle carte, in sostanza sarebbero stati riprodotti i theraphim, cioè simboli ideografici o geroglifici, utilizzati dai sacerdoti di Gerusalemme per interrogare gli oracoli. Le conoscenze che ci sono pervenute a proposito dei Theraphim, in realtà, sono così caotiche e frammentate che è impossibile trarne qualche conclusione. Possiamo solo avventurarci in alcune osservazioni: le origini Talmudiche della Kabalah, le più remote del pensiero cabalistico, ci proiettano verosimilmente tra il VIII ed il VI sec. a.C.. Cosa diversa è l’origine storica della Kabalah, che non va al di là del III - IV sec. a.C.. La sua definitiva sistemazione si deve al laborioso fermento del pensiero e del misticismo spagnolo, anche - ma non solo - per i rapporti con il pensiero esoterico-scientifico arabo, che ebbe il suo periodo di più intenso splendore fra l’VIII e l’XI secolo, concludendosi in modo definitivo intorno al 1492 con l’espulsione degli ebrei, prima dalla Castiglia e dalla Spagna e poi da Portogallo nel 1497. Pur essendo la Kabalah certamente nota agli ideatori dei Tarocchi, si fa fatica a pensare che essi potessero appartenere al ceppo semitico, il quale ha sempre preferito affidare i suoi pensieri astratti alla multiforme complessità di lettere, numeri e figure geometriche, anziché al simbolismo artistico. La relazione tra Kabalah e Tarocchi può essere presa in esame allo scopo di studiarne forse la diffusione ma non le origini. La Kabalah non ci dice niente sull’origine remota dei Tarocchi, ci fornisce unicamente dettagli sulla loro ultima evoluzione.
Periodo della diffusione
Tutto il XIV secolo è particolarmente ricco di documentazione che comprende, in maniera diretta o indiretta, fonti civili, religiose, imposizioni fiscali, limitazioni e soprattutto di divieti rivolti ai giocatori in Francia, Italia e Spagna. Il periodo storico ed i modi dell’introduzione delle carte da gioco in Europa non ha mai cessato di essere oggetto di discussioni. Il 38° canone del Concilio di Worcester nel 1240 viene spesso citato come dimostrazione dell’esistenza delle carte in Inghilterra alla metà del XIII secolo, ma i giochi “de rege et regina” che vi vengono menzionati erano, secondo l’opinione di illustri ricercatori, con molta probabilità gli scacchi. Se le carte da gioco fossero o meno un fenomeno diffuso in Europa già nel ‘ 200 resta un’incognita. Francesco Petrarca non ne parla nel “De remediis utriusque fortunae” a proposito dei giochi d’azzardo, scritto in gran parte tra il 1356 e il 1357. Altri scrittori dell’epoca tra cui Giovanni Boccaccio e Geoffrey Chaucer citano o si riferiscono a vari giochi, ma non esiste un singolo passaggio che si possa attribuire alle carte. Così come in altre opere dello stesso tempo, possiamo solo supporre che la parola “carte” sia frutto di una traduzione errata o arbitraria. Risulta esserci stata anche un’ordinanza francese, anch’essa risalente all’inizio del XIII secolo che proibiva l’uso delle carte, pena la fustigazione; anche in questo caso non sussistono elementi per desumere nulla di diverso da un difetto di interpretazione o traduzione della parola “carte”.
Se vogliamo sperare di trovare uno spiraglio di luce dobbiamo abbandonare per il momento il sostantivo “carte” in quanto comincia a rivelarsi troppo generico per i nostri scopi e proseguire la ricerca occupandoci delle “Naibi”. Infatti, quando verosimilmente l’I Ching comparve in Spagna, tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, aveva cambiato il nome assumendo quello derivato dall’arabo: “Naib” o “La’ib” e, in Occidente, divenne, ben presto “Naibi” o “Nhaibbe”.
A questo punto si rende necessario fare un’altra breve precisazione. Sono molti coloro che si riferiscono alle “Naibi” come a due giochi di carte di cui il primo, per ragazzi, era formato da illustrazioni istruttive e fu molto in uso nel XIV secolo, mente il secondo, introdotto dagli arabi, era formato da carte numerali. Anche volendo avvalerci delle sole prove storiche documentate avremo modo di osservare come le carte con i semi e gli onori, proprio quelle sbarcate in Spagna intorno al XIII secolo, siano certamente antecedenti alle prime, ossia a quelle con le illustrazioni istruttive; di conseguenza, a mio modesto parere sarebbe più corretto definire come “Naibi”, quale originario termine specifico, proprio e soltanto quella prima tipologia di mazzo che, ribadiamo, come esattamente sia stato composto non ci è noto, mentre è quasi certo che tutte le carte con rappresentazioni figurate siano successive e facciano parte di un mazzo ben distinto che per lo più, abbiamo visto anche questo, viene chiamato “Arcani Maggiori o Trionfi”. Questa tipologia di descrizione fa riferimento ai tarocchi pur senza menzionarli, tuttavia a meno che non intervengano nuove prove che possano sovvertire quanto fino ad oggi acquisito, le “Naibi” non erano i tarocchi, non ancora nel periodo a cavallo tra il XIII e il XIV secolo.
Una teoria che mi sembra convincente attribuisce tale comparsa in funzione di alcune necessità contingenti allo sviluppo del mercantilismo giudaico ed il suo inserimento nell’ambito dell’economia medievale. Il mantenimento di questa ricchezza e i trasferimenti mercantili avvenivano da parte loro con elevata dose di incognite e pericolo sia per i beni materiali che per la conservazione e la trasmissione di notizie ed idee. Abituati fin da epoche remote ad un sistema di trasmissione iniziatica della conoscenza cercarono un sistema di comunicazione abbastanza preciso e puntuale che rispondesse alle loro necessità, tale da essere indecifrabile a chi non ne avesse la chiave interpretativa, poter essere scambiato per qualcos’altro e non appetibile al punto da passare inosservato. Fu così che i giudei, i quali avevano già conosciuto l’I Ching, ne apprezzarono i contenuti non soltanto per la prossimità concettuale alla Kabalah, quanto per le possibili applicazioni pratiche che offriva. I Giudei di Persia, che svolgevano una funzione di collegamento tra oriente ed occidente lo adattarono alle proprie particolari esigenze. La novità fu che l’I Ching divenne presto un vero e proprio codice segreto consentendo linee sicure di comunicazione tra le varie comunità sparse in tutta Europa. Il perseguimento dello scopo primario veniva assicurato servendosi di uno di tipo noto ed ermetico. Il risultato raggiunse perfettamente lo scopo e fu tale da non suscitare per secoli alcun sospetto in chi non possedeva la chiave di lettura. Secondo questa analisi l’I Ching venne importato tra il IX ed il X secolo. Agli inizi del XIII secolo era diventato “Naibi”; nello stesso periodo gli ebrei erano sparsi in tutta l’Europa. Non sappiamo come fossero fatti i “Naibi”, se apparissero già raccolti in mazzi ed in che numero. Non li conosceva Gebelin, che era molto più vicino dai noi a quell’epoca e che ricorse al modello del Libro di Thoth. Si può dedurre solamente che, data la contrarietà ebraica per la riproduzione della figura umana, alla pari degli arabi, essi non includessero carte figurative. I giudei in sostanza utilizzavano le “Naibi” per comunicare tra loro mentre tutti gli altri ne apprezzavano e comprendevano unicamente l’aspetto ludico. Il loro piano aveva riscosso pieno successo!
L’Abate Rives, ignaro della trama ordita, attestava semplicemente che la Spagna avrebbe importato dall’Egitto le prime carte nel 1330. Le medesime sarebbero state adattate al gusto spagnolo da un certo Nicola Pepin. Secondo questa fonte ripresa dal Rives le carte, a quella data, sarebbero state quindi già presenti sul suolo spagnolo. La provenienza dall’ Egitto appare una determinazione abbastanza precisa in quanto punto intermedio tra nord-Africa e vicino Oriente. Tale provenienza in definitiva poteva indicare, indifferentemente, sia Babilonia che Persia. Ma non dobbiamo dimenticare che Alessandria era la sede di un’importantissima accademia ebraica in stretto collegamento con quelle Babilonesi. Non ci sarebbe da sorprendersi, proseguendo il filone teorico che le “Naibi” fossero conosciute in Inghilterra così come in Francia già nel 1240 e che la loro presenza lì, poteva spiegarsi solo con l’espansione ebraica e che Rives ignorasse tutto ciò. A questo punto sia le limitazioni del Concilio di che l’ ordinanza francese dello stesso periodo potevano riferirsi proprio a loro e non agli scacchi o ad altro. A supporto della tesi che abbiamo citato ci sono argomentazioni di carattere storico che, nel suo evolversi, disegnano delle costanti. Vi è uno schema preciso per cui il fenomeno dell’espansione si manifesta sistematicamente in tutte quelle aree geografiche nelle quali, in quello stesso momento, si incrementa la penetrazione giudaica. La prima conferma di tale connessione consiste nel moltiplicarsi dei divieti e delle limitazioni. Con lo spostamento delle comunità giudaiche ad oriente il processo puntualmente si ripete nelle nuove aree. Nello stesso periodo che caratterizza l’evoluzione delle “Naibi” e la traslazione delle ”Naibi” nei Tarocchi, i non-giudei o “gentili” affinarono abbinamento dei simboli del Tarocco alle lettere ebraiche perfezionando quel sistema di mimetizzazione iniziato dagli ebrei. Oltretutto, ciò spiegherebbe le molteplici assonanze tra Kabalah e tarocchi, soprattutto quelli della loro ultima fase di evoluzione.
La lista dei divieti che mi accingo ad elencare non è assolutamente una novità, anzi è ben nota agli storici, ciò che cambia è la prospettiva con la quale la si osserva ed il profilo delle conclusioni che se ne possono trarre.
Nel 1332, re Alfonso XI di Castiglia, fondando l’ordine cavalleresco della “Banda”, dispose il divieto per i cavalieri di giocare denari con le “naipes” e con i dadi.
Nel 1337 un monaco tedesco di nome Johannes, forse il primo ad interessarsi esplicitamente delle carte, pur dichiarando di non conoscerne le origini, le associò al gioco degli scacchi e nelle sue annotazioni ci dà una precisa descrizione dei simboli che le caratterizzano consentendoci la prima identificazione certa.
Nel suo editto del 1369, Re Carlo VI vietò i giochi d’azzardo nei giorni festivi pur non menzionando le carte.
Il 23 Marzo del 1377 a Firenze venne promulgato un editto in cui si proibiva l’uso dei “nhaibbe”.
Nel 1378 le carte venivano proibite a Ratisbona, ma nello stesso periodo sul Registro della Camera dei Conti dei Duchi di Borgogna veniva annotato per ben tre volte di acquisti di carte da gioco e dei rispettivi fabbricanti.
A Viterbo nel 1379 lo storico Giovanni Covelluzzo affermò che erano stati portati i “naibi” da soldati che tornavano dalle Crociate. Ciò risulta degno di attenzione considerando che l’ultima Crociata finì intorno al 1291.
Il 30 agosto del 1381 un certo Jacques Jean si impegnava, sottoscrivendo un atto di fronte al notaio Larent Aycardi, a non giocare a carte durante una traversata che lo porta ad Alessandria d’Egitto.
Il 4 luglio 1382 in Francia, il magistrato di Lilla vieta i dadi e le carte nei giorni festivi.
Nel 1387 re Giovanni I proibiva nella Castiglia le carte e gli scacchi. Naturalmente si giocava anche nella reggia tant’è vero che, all’anno 1392 nei registri contabili di Charles Poussart, tesoriere di Carlo VI di Francia, si fa menzione di tre mazzi di carte in oro, riccamente decorate, dipinte da Jacquemin Gringonneur, al quale vennero corrisposti 56 “parisi”, moneta corrente in Francia in quegli anni.
Nel 1393 il sindaco di Parigi fu costretto ad ordinare agli operai e agli artigiani di non giocare a carte nei giorni feriali.
Quanto fin qui riportato è particolarmente interessante poiché attesta che, per buona parte del XIV secolo e, a seconda di come la si vuole intendere anche dalla metà del XIII secolo, le “Naibi” costituivano già un fenomeno sociale in Francia, Spagna, Italia e intrinsecamente, nello stesso territorio della Chiesa. Esse, almeno in Francia, erano fuoruscite dal chiuso delle Corti diffondendosi tra la ricca borghesia e non solo; i divieti imposti ai “lavoratori”, ne sono testimonianza. Pur tuttavia, non vi è prova che le carte di cui si fa divieto siano stati i Tarocchi; per lo meno non ancora. Il vocabolo usato, come abbiamo già disquisito era: “Naibi”, “Naib” o “Nhaibbe”, e il loro equivalente spagnolo “Naipes”, derivanti tutti dall’arabo “Na’ib”, ossia “delegato” o “deputato” che significa rappresentante del re: una delle figure che componevano il mazzo e che corrisponderebbe secondo alcuni a quello che oggi è il fante (il jack inglese, valet francese, paje spagnolo e bube tedesco), mentre secondo altri sarebbe proprio il re. Nel “Mulûk wa-Nuwwâb”, che abbiamo menzionato nell’ipotesi araba, i deputati erano due figure: il “deputato del re” e il “deputato in seconda”.
Nel 1393 il cronista Giovanni Morelli sconsigliando i dadi, proponeva ai ragazzi il gioco delle “Naibi”, con le quali avrebbero potuto apprendere ed in qualche modo edificarsi. Se considerassimo puramente le carte con i semi la sua proposta rimarrebbe difficilmente comprensibile. Un qualsiasi modello formativo per bambini o ragazzi sarebbe certamente più plausibile se basato su delle immagini e non su semi e numeri. Potrebbe rivelarsi solo una mia speculazione ma forse il Morelli parlava già di figure rappresentative sul modello dei Tarocchi del Mantenga: una categoria a parte e classificabile come “carte didascaliche”.
In Spagna infatti la composizione del mazzo locale era andata modificandosi eliminando una delle figure ed introducendo i personaggi illustrati anziché descritti a parole alla base della carta; ciò le aveva rese più facilmente comprensibili. Mazzi di questo tipo erano già noti anche in Italia.
Attraverso un’orazione in San Petronio a Bologna, intervenne sul tema nientemeno che San Bernardino da Siena, definendo senza esitazioni le carte ed i dadi come “opus diaboli”: correva il 5 maggio 1442. Di riflesso, nella città d’origine del santo essi vennero immediatamente vietati a “tutte le genti di mestiere”. Risulterebbe che in tale sermone San Bennardino, menzionando chiaramente i quattro semi e le figure, non parlò degli arcani maggiori. Nei sermoni pronunciati successivamente fra il 1450 e il 1457 sembrò, al contrario, riferirsi sia alle carte numerali che ai ventidue Trionfi.
Altre cronache della prima metà del XV secolo riferiscono di “carte saracene” e nella seconda metà dello stesso secolo di “carte da giocare”. Un diverso mazzo prodotto nel nord Italia era chiamato tarocco; questo era formato da 78 soggetti. Molto probabilmente fu ottenuto fondendo la l’originale serie araba o qualche sua modificazione di carte dei semi, cioè le “naibi”, con un gruppo di 22 carte illustrate di origine locale, sostituendo una delle figure originali, tutte maschili, con un personaggio femminile, e a volte più d’uno. Il mazzo così accresciuto venne presto denominato trionfi, probabilmente ispirato da un’opera di Petrarca , che era anche il nome del gioco che vi si praticava. Del termine “tarocco”, intendendo con esso la fusione dei due originari e distinti mazzi non si trova menzione in letteratura se non dagli inizi del XVIPiù di una fonte cita le “carte da trionfi” o “carte di Lombardia” e le “carte da giocare” o “carte saracene” come oggetti separati. Quindi entrambi i tipi di mazzo, cioè con e senza trionfi, erano in uso nello stesso periodo.
In Francia la riforma operata da Carlo VII, regnante dal 1422 al 1461, porta a sostanziali mutamenti negli Arcani Maggiori dei Tarocchi. Le antiche figure e gli antichi geroglifici, già attribuiti al libro di Thoth, vengono complessivamente sostituiti con disegni di personaggi legati alla vita di corte.
In Italia si definiscono quattro tipi di “Tarocchi”:
- il Lombardo-Veneto, il cui mazzo è formato da 78 carte di cui 22 figurate,
- il Tarocchino di Bologna;
- le Minchiate Fiorentine, con 40 figure, oltre il “Folle” e le carte numerali;
- il Tarocco siciliano.
Ancora in Italia, si collocano le prime carte didascaliche: i cosiddetti “Tarocchi del Mantegna” anche se non attribuibili con certezza al pittore ma piuttosto ad un artista di scuola del circolo veneziano o ferrarese.
Una nota del 1474 proveniente dalla città natale di Einstein, Ülm, città tedesca situata nel Land del Baden-Württemberg sulle rive del Danubio ci informa che la Germania esportava carte in Italia, Sicilia, Scandinavia, Polonia, Austria, Inghilterra, e paesi dell’area mediterranea. In Germania, verso la metà del secolo i Tedeschi introdussero nuovi semi ed una nuova numerazione.
Tra il 1450 ed il 1500 opera, infatti, in Germania il “Maestro delle Carte” dell’alto Reno. Ne seguono le orme il Maestro delle carte da Gioco, il Maestro di Bileam, Israel von Mechenen, Erhard Schön, Martin Schongauer, Virgil Solis ed altri. Ma è proprio in Germania che, nel corso del secolo, si verificò la prima grande rivoluzione costituita dall’innovativa tecnica di stampa calcografica nella fabbricazione delle carte. Essa provocò una riduzione dei costi così radicale che le carte uscirono definitivamente dalle Corti per diffondersi tra tutti gli strati sociali
Anche la liberale Inghilterra, prima con Edoardo IV Tudor (1463) e poi con Enrico VII Tudor - conte di Richmond (1495), furono costretti ad imporre divieti all’uso delle carte “...almeno durante la festa della Santa Natività”, ma approvando contemporaneamente misure protezionistiche a tutela delle Corporazioni dei cartai inglesi.
Il fenomeno divenne inarrestabile: con l’utilizzazione della stampa xilografica nei Paesi dell’area neolatina, e di quella calcografica in quelli di lingua Tedesca, le carte si erano ormai diffuse anche in Svizzera, Baviera, Austria, Boemia, Provenza e quindi, di fatto in tutta Europa.
Erano pronte per una nuova grande avventura, mature per raggiungere l’America sulle navi di Cristoforo Colombo e dei colonizzatori, insieme ad esploratori ed avventurieri, per iniziare a conquistare il Nuovo mondo.
I popolani ovviamente giocavano con carte rudimentali e mal disegnate che a causa della pessima qualità dei materiali di cui erano composte, sono quasi completamente sparite, mentre i sovrani utilizzavano carte realizzate con perizia, da grandi artisti, attraverso tecniche raffinate e prodotti pregiati. Oggi sono considerate opere d’arte e conservate in importanti musei come il Louvre di Parigi, il Metropolitan di New York, il Correr di Venezia e l’Albertina di Vienna.
Esse stesse ci testimoniano come nel Rinascimento le immagini preferite dai vari fabbricanti erano estremamente varie: scene di corte o di caccia, animali fantastici, immagini mitologiche, ecc.
Sul finire del Cinquecento, invece, la produzione andò adattandosi su due modelli fondamentali: in Italia, Spagna e Francia prevalsero le carte a semi italiani con coppe, spade, denari e bastoni, mentre in Germania furono maggiormente diffusi i semi tedeschi con foglie, ghiande, campanelli e cuori. Agli inizi del secolo successivo si presentarono le carte a semi francesi con cuori, quadri, fiori e picche, che ben presto monopolizzarono i mercati del Nord Europa.
Cominciarono ad apparire i primi manuali che fissavano le regole dei vari giochi, fino ad allora piuttosto vaghe e mutevoli da una regione all’altra e, a causa di divieti e limitazioni sempre più pressanti sui giochi d’azzardo, gli stampatori, alla ricerca continua di nuovi spazi di mercato, puntarono sulla produzione di carte educative tramite giochi geografici, stemmi araldici, scene bibliche e storiche, personaggi storici e mitologici.
E’ sul finire del Settecento, in seguito alla risveglio della moda esoterico-occultista, che cominciò a svilupparsi una vasta produzione di giochi cartomantici, tendenza che continuò a svilupparsi poi durante tutto il secolo seguente. Il binomio esoterismo e carte, tuttavia, costituisce argomento di tale vastità, che necessita e merita una trattazione attenta e ampia, e che mi propongo di affrontare successivamente.
Relazioni tra le carte orientali ed occidentali
Abbiamo già osservato come le prime carte comparse in Europa avevano i semi di Denari, Coppe, Spade e Bastoni, senza dubbio derivati da quelli arabi dei Mamelucchi, che differiva solo perché il seme dei Bastoni era più simile ai bastoni da polo e che avrebbero rappresentato le principali classi sociali di quel tempo. Tuttavia tale schema può essere attendibile nella sua versione spagnola, nella quale i Bastoni appaiono come nodosi randelli ma molto meno nel tarocco classico e negli stili dell’Italia settentrionale, dove il seme dei bastoni è rappresentato da eleganti mazze cerimoniali, simbolo di comando: qualsiasi relazione con le classi sociali inferiori appare assai improbabile. Nella seconda metà del XIX era in vigore una teoria secondo cui le prime carte sarebbero state introdotte in Italia verso la metà del XIIIdai mercanti veneziani Polo, che le avrebbero riportate dai loro viaggi in Cina. Ma nel famoso resoconto dei loro viaggi, “Il Milione”, di tali carte non vi è traccia, e fra i numerosi manufatti cinesi che riportarono in patria non sembra esservi stato alcun oggetto simile ad un mazzo di carte da gioco.
Alcuni antropologi occidentali cominciarono ad interessarsi alle carte tradizionali dell’Estremo Oriente, per verificare se potesse sussistere una relazione fra tali mazzi, all’apparenza così diversi tra loro e quelli usati nel mondo occidentale, e quindi ipotizzare se le carte fossero giunte in Europa dalla Cina. Il primo che trattò l’argomento in modo specifico fu il sinologo Wilkinson, alla fine del XIXche stazionò in Cina in qualità di diplomatico ed ebbe modo di raccogliere diverse varietà di carte allora in uso, indagando contemporaneamente lo schema dei semi adottato dai mazzi locali, noto come sistema “a semi monetari”.
La rielaborazione di quell’ipotesi avvenne nel corso del XXalla luce di nuovi dati storici inerenti l’argomento e venne accertata l’origine araba dei primi mazzi italiani e spagnoli. Ma non era ancora chiaro allora se fossero stati gli Arabi ad inventare le carte o se avessero imparato a giocare da altri popoli. La sola risposta al quesito, considerando la pressoché totale mancanza di documentazioni precise, risiede probabilmente nei rapporti geografici che il mondo islamico aveva nel Medioevo con i paesi dell’Asia.
Sia la tribù nomade convertita all’Islam di lingua turca dei Selguichidi, nel XI secolo che il condottiero Gengis Khan e suo pronipote Kubilai Khan, nel XIIIavevano conquistato la Persia, parte dell’Asia Minore e l’Africa nord-occidentale i primi, mentre questi ultimi avevano perseguito un progetto assai più grandioso: provenienti più da est, cioè dall’Asia Centrale, avevano allargato l’impero dei Mongoli ad un territorio incredibilmente esteso, che attraversava l’intera Asia, dalla Persia e dal Caucaso fino alle coste della Cina. Attraverso queste civiltà, i successivi assestamenti politico-culturali ed i rapporti con il mondo cinese, le carte orientali sarebbero potute giungere fino in Persia. In quest’ultima regione è stato accertato l’uso di carte antiche: la Persia è la patria di un gioco vecchio di secoli chiamato “Ganjifa”, i cui primi mazzi, secondo gli scritti risalgono agli inizi del ‘500, ma concretamente queste carte erano già in uso da molto tempo.
Sono in contrasto tra loro le opinioni degli esperti sul definire le origini delle carte “Ganjifa”; secondo alcuni sarebbero una creazione persiana, che in seguito raggiunse l’India nel XVIsecondo altri potrebbero essere nate nella penisola indiana molto più anticamente, suggerendo un probabile rapporto con la Cina, legata alla penisola indiana da antichi motivi culturali e religiosi. La ricerca di somiglianze grafiche evidenziava tutta una serie di convergenze fra i semi delle carte cinesi e quelli delle carte arabe tardo-medioevali dei Mamelucchi, di per sé praticamente estinte ma di cui sono sopravvissuti i semi nei tarocchi e nelle carte regionali italiane e spagnole; indicazioni troppo numerose per poter essere considerate semplici coincidenze. Tali indizi non tuttavia sufficienti da soli a chiarire la dinamica dell’espansione.
Altra possibilità che possiamo vagliare è quella che si riferisce agli ebrei, i quali già nel IX secolo intrattenevano proficue relazioni commerciali sia con l’India che con la Cina e gestivano il commercio dei preziosi in quell’area. L’interscambio di beni e merci incluse probabilmente anche l’I Ching le carte da gioco e verosimilmente anche le “Frecce divinatorie” coreane. In Corea, peraltro era conosciuto un mazzo di 80 carte, diviso in otto semi, denominato “Litou Tije” che era diffuso già nel 969 a.C. ed era derivato proprio dalle “Frecce divinatorie”. Gli ebrei, che negli anni dell’esilio babilonese avevano introdotto nel proprio patrimonio culturale una grande massa di elementi provenienti dalla Persia, tra la metà del VI e la metà del V sec. d.C., completarono il Talmud e diedero inizio al lavoro della Kabalah, il cui processo, sul piano culturale e formativo si completò proprio tra il IX ed il XIII secolo. Fra l il 700 ed il 900 d.C. li troviamo stanziati lungo tutta l’Africa settentrionale ed in Spagna. Nel 629 Maometto conquistò La Mecca e diede inizio alla Jihad. Nel 636 allo Yarmuk gli arabi sbaragliano i bizantini costringendoli a sgombrare la Palestina e parte della Siria. Nel 711 passarono Gibilterra ed in breve tempo conquistarono Cordoba, Granada e Toledo. In cambio del loro aiuto, attraverso questo processo bellico, i giudei di Spagna ottennero dai vari califfi una politica di tolleranza. La situazione cambiò nel 1013 quando i nuovi califfi berberi ripresero una politica di stile anti-semita. Tuttavia i Giudei avevano largamente sfruttato quel periodo di pace espandendosi commercialmente ad oriente, fino all’India ed alla Cina. Per quanto l’analisi di questi dati sia stata necessariamente sintetica, possiamo comunque ricavare che a partire dal IX secolo esisteva una fitta rete di comunicazioni, ufficialmente di carattere mercantile, ma di fatto anche intellettuale, che legava le comunità giudaiche dal Golfo di Biscaglia e dal Marocco, fino alle isole della Sonda ed alla Cina. Fu in quel frangente, secondo questa teoria che gli ebrei acquisirono conoscenza dell’I Ching e delle carte, avendo l’opportunità di sfruttarle effettuando un’operazione di passaggio dalla cultura cinese nella loro, allo scopo, come ho precedentemente descritto, di utilizzare uno strumento ludico come mezzo di comunicazione ermetico.
Conclusioni
In Cina, tra il VII ed il X secolo d.C., durante la dinastia Tang, la moneta veniva già usata come carta da gioco, proveniente da un passato remoto che affonda le sue radici nell’ I Ching.
In Persia esisteva un gioco vecchio di secoli, i cui primi mazzi, secondo gli scritti, risalgono almeno agli inizi del VI secolo. Le carte indiane erano rotonde, generalmente dipinte a mano con schemi intricati e comprendenti ben più di quattro semi. Non è chiaro, malgrado la diversità delle forme se provenissero dalla tradizione persiana o se al contrario nacquero molto più anticamente nella stessa penisola indiana, suggerendo altrimenti un probabile rapporto con la Cina, legata all’ india da antichi motivi culturali e religiosi.
Si ignora anche se le carte dei Mamelucchi abbiano influenzato le carte indiane o se sia avvenuto il contrario.
La ricerca di somiglianze grafiche evidenziava invece tutta una serie di convergenze fra i semi delle carte cinesi e quelli delle carte arabe tardo-medioevali.
Le carte da gioco erano in uso presso gli Arabi, ed in breve tempo si diffusero anche in occidente. A questo risultato contribuirono gli scambi commerciali e culturali che le popolazioni mediterranee e le comunità giudaiche avevano con la civiltà araba, in particolare con i Mamelucchi che occupavano le coste dell’Africa settentrionale. Rimane per il momento solo una teoria, malgrado la sistematicità degli indizi, quella secondo cui siano stati gli ebrei a veicolare la diffusione delle carte dalla Cina, attraverso il medio oriente fino in Spagna. La data di approdo a seconda della teoria che si segue può variare a ritroso di circa un secolo, vale a dire dal XIV al XIII secolo. Dal punto di vista prettamente ludico, anche volendo riflettere sui significati e le implicazioni di origine cabalistica, non cambia di molto il percorso del loro viaggio. L’anomalia, a mio modo di vedere, la si può rilevare nella velocità di importazione e diffusione: in uno scenario geografico così frammentato e mutevole, con enormi distanze da coprire, in ordine di chilometri, costumi e religioni, le carte da gioco ci hanno messo veramente poco a ritagliarsi un pezzo di storia in ogni dove. Viene spontaneo chiedersi se tutto ciò accadde casualmente o non vi fosse a monte uno scopo ed una pianificazione preordinata.
L’ espansione del fenomeno in Europa e le susseguenti trasformazioni delle stesse carte è ormai storia conosciuta. Il mazzo dei Tarocchi comprensivo di Arcani Minori ed Arcani Maggiori molto probabilmente è stato concepito in Italia nel XVI secolo, unificando i due diversi mazzi che già da tempo coesistevano. Nacquero primariamente per il gioco dei Tarocchi anche se oggi trova il suo uso più frequente come strumento di cartomanzia e per altre pratiche esoteriche: uno sviluppo cominciato verso la fine del 1700.
Testi e siti web consultati
I tarocchi storia, arte, magia dal XV al XX secolo Vitali A. – Zanetti T. edizioni la Tarot
I misteriosi tarocchi - Dr. Stelio Calabresi - www.edicolaweb.net/nonsoloufo/tarocchi.htm
Storia dei tarocchi – Giordano Berti- Mondatori
Storia della divinazione-Giordano Berti- Mondatori
I Tarocchi - Oswald Wirth - Edizioni Mediterranee
Il mondo e l’angelo. I tarocchi e la loro storia – Michael Dummett - Bibliopolis
La grande enciclopedia dei tarocchi – Stuart R. Kaplan
I tarocchi – Stuart R. Kaplan- Mondatori
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